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Ho davanti a me un granello, è così piccolo ma si insidia dentro.
È scheggia che lede e frantuma, eppure così piccolo è in grado di incidere la pelle, sarà che lì c’è una fessura.
Pensavo fosse un perimetro integro e invece devo ricredermi sul mio pensiero che si piega, e per quanto io mi sforzi ad afferrarlo lui rimane in parte, e l’altra è già più avanti, quasi non la riconosco.
Sarà parte di me? Sono incredula, sì, ma quel pensiero ha connotati così familiari, che anche se in lontananza riconosco i tratti, è quella parte di me che scappa insieme alle parole.
A furia di tenerle così strette, sono diventate piccole eppure suonano ancora.
Non sempre la musicalità è sinfonia, a volte è violenta, ma questa è esistenza: tratti somatici seppur ontologici racchiudono l’individuo con tutte le sue imperfezioni, ecco allora che mutano, come il terreno che lascia respirare ogni parte per lasciare che i germogli abbelliscano là dove le aridità hanno fatto vittima il nascere, così sul colpo. Ahimè, ebbene sì, corro, sfuggo e dopo cedo.
Alla fine raccolgo frammenti di stelle che le lettere hanno maturato.
Allora sia universo anche quaggiù.